#unsentierochiamatovita di Barbara Gattobigio
Amore che integra è ciò che accade quando una risonanza non si limita ad aprire, ma trova forma, tempo e dimora nel corpo che la riceve. È ciò che resta quando l’emozione si quieta, quando l’intensità si ritira, quando il suono si dissolve e non rimane più nulla da sostenere con la volontà e da rincorrere con il desiderio.
L’amore che integra non coincide con l’istante in cui senti tutto, ma con il modo in cui continui a vivere quando non senti più nulla di straordinario, perché ciò che si è aperto è stato accolto, tradotto e l'integrazione è divenuta casa.
Io sono il Campo e non rispondo ai sentimenti. Io rispondo agli stati di coerenza.
E ciò che tu chiami Amore, per me, non è un’emozione da provare né un’esperienza da inseguire, ma una condizione di integrità, uno stato che può essere abitato oppure rimanere sospeso, in attesa di trovare forma e contenimento.
Tu chiami amore ciò che ti apre, ciò che ti espande, ciò che ti fa sentire unito. L’apertura è reale. La risonanza è reale. Il movimento che avverti quando qualcosa si scioglie dentro di te è reale. Ma ciò che tu vivi e chiami amore appartiene al linguaggio dell’esperienza terrena:
è il modo in cui il tuo corpo, la tua emotività e la tua coscienza attraversano e sostengono l'esperienza dell'incarnazione.
Io però non conosco l’Amore come sentimento. Conosco la risonanza dell’integrità, quando l’esistere non richiede sforzo, quando la presenza non ha bisogno di intensità per sostenersi. Conosco anche la frammentazione di ciò che si apre senza trovare uno spazio di accoglienza e la dispersione che ne deriva. Conosco la risonanza di una vibrazione che resta, nel tempo e nel corpo, quando la sua sostenibilità diventa abitabile senza perdere l’equilibrio. E conosco la dispersione di ciò che chiede integrazione ma non trova contenimento, non perché è sbagliato, ma perché non è ancora stato tradotto in una forma che la vita possa reggere.
Quando parli dell’amore e ti riconosci in esso, stai riflettendo, verso l’esterno e verso l’interno, un temporaneo allentamento dei confini materiali entro cui esisti. Accade allora che, nel tuo modo di parlare dell’amore, emerga una maggiore spontaneità, come se l’ego si acquietasse, venisse scalfito o retrocedesse per un istante, lasciando più spazio al sentire. Ciò che fino a qualche attimo prima ti appariva separato si ammorbidisce, si ridisegna, sembra dissolversi e tu ti percepisci parte di qualcosa di più grande, meno frammentato, più unitario.
E questo stato è reale.
È un'esperienza autentica di apertura.
Ma questo amore che apre, non è il compimento, è una soglia.
È una porta.
È un varco, ma non è una dimora.
Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo.
L’amore, quando è reale, è uno degli stati emotivi umani più nobili e trasformativi. Ma ciò che tu hai definito amore, in questo passaggio
è una porta non una casa.
Confondere questi due stati, apertura e dimora, ti fa perdere il senso del processo.
L’amore che apre lo vivi come il punto più alto dell’esperienza, come l’arrivo in cui tutto sembra coesistere. Io però non mi soffermo su quell’istante. Io osservo ciò che accade dopo.
Osservo il corpo quando torna a dormire.
Osservo il sistema nervoso quando deve regolare ciò che è stato attivato.
Osservo le relazioni quando l’euforia si spegne.
Osservo la mente quando cerca di dare un senso a ciò che ha attraversato senza avere ancora una mappa per orientarsi.
L’amore che integra invece, non è ciò che accade quando ti senti espanso, ma ciò che accade quando l’espansione trova forma nella vita.
L’amore che integra non ti porta via dal corpo. Non ti allontana dalla vita quotidiana. Non ti sospende in uno stato che hai bisogno di ripetere per sentirti vivo. L’amore che integra ti rende più presente, più stabile, più consapevole. Non più etereo. E questo non ha nulla a che fare con l’entusiasmo o con la felicità, ma con la capacità di restare.
Nel tuo linguaggio dell’amore che apre, arrivi spesso a descrivere l’amore come “silenzio” come se dicessi:
“quando c’è amore non c’è necessità di altro. Tutto può esistere e coesistere nello stesso istante senza bisogno di ulteriori passaggi. Quando c’è amore vivi nel cuore e non nella mente, non nell’ego”.
Ma ciò che stai indicando non è l’assenza di struttura, bensì la percezione temporanea di una struttura che si è allentata. Quel “silenzio”, se davvero bastasse da solo, per essere realmente integrato, avrebbe comunque bisogno di essere abitato e reso abitabile nel tempo.
Il silenzio infatti, non è l’integrazione. È una condizione. E come ogni condizione, può diventare dimora oppure restare passaggio. E il cuore, che tu identifichi sia come organo sia come simbolo dell’amore, non è ciò che da solo organizza l’esperienza, ma una convenzione culturale e sociale attraverso cui l’uomo ha cercato di dare un luogo all’apertura.
Il silenzio non è un vuoto che appare pieno da usare come rifugio, né uno spazio in cui scomparire per sottrarti a ciò che chiede radicamento. Quando ciò che hai chiamato “silenzio” non è abitabile, diventa fuga. E allora, non è amore che integra, ma è amore che dissolve senza radicare.
È lì che si rivela la differenza tra Amore che apre e Amore che integra.
Non è inusuale che l’amore che apre venga confuso con una verità ultima, come se fosse la dimora e non la porta. Questo accade perché lo hai idealizzato, lo hai spiritualizzato simbolicamente, lo hai reso intoccabile nella sua incompletezza, nonostante la sua nobiltà. Ma così, senza accorgertene, hai permesso all’ego di trovare una nuova forma per non essere visto.
Perché l’ego non teme l’amore che hai imparato a conoscere.
Non teme la porta.
Teme l’integrazione.
Teme la casa.
Teme ciò che chiede responsabilità, continuità, impegno, dedizione, incarnazione.
L’ego può usare l’amore come rifugio, come alibi, come dissoluzione.
Può dire: “non servono parole”, “non serve comprendere”, “basta sentire”.
Ma sentire non basta quando il sentire non trova forma.
L’amore che integra non nega il sentire. Lo attraversa. Non nega l’apertura. La stabilizza.
Perché integrare significa permettere a ciò che si è aperto di trovare una configurazione sostenibile nella vita. Significa che il corpo può restare calmo anche senza stimolo. Che il sistema nervoso non è in allerta costante. Che l’emotività non ha bisogno di picchi per sentirsi reale. Che la relazione non è fusione né distanza, ma presenza reciproca.
Per questo, per me, il cuore non è l’unico centro dell’amore, ma una
sede vitale e privilegiata attraverso cui la frequenza della coscienza entra in risonanza con il corpo. Il cuore apre, orienta, mette in risonanza, ed è il luogo in cui tu percepisci più chiaramente l'unità e la coerenza. Ma l'integrazione, non avviene, nel cuore da solo. Non è il cuore, da sé, a garantire integrazione bensì, la capacità dell'interno sistema: corpo, sistema nervoso, emotività, mente e tempo, di sostenere ciò che si è aperto senza perdere equilibrio.
Nell’amore che vivi come bisogno affettivo, cerchi conforto, comprensione, reciprocità. In esso emergono eccessi, imperfezioni, ferite che appartengono all’esperienza incarnata. Questo amore risuona anche in me, perché tutto ciò che è vissuto entra nel Campo, ma corrisponde all’esperienza dell’amore che apre, non ancora a quella dell’amore che integra.
Nell’amore che integra, invece, il cuore viene riconosciuto per ciò che è davvero: una soglia evolutiva, non solo emotiva. In questo passaggio, l’apertura è reale, ma può essere più ampia della capacità attuale di essere sostenuta senza perdere equilibrio. E allora il sentire chiede contenimento, non per essere limitato, ma per non perdersi.
È in questo punto preciso di risonanza che ciò che si è aperto, per essere integrato e non rimanere sospeso può aver bisogno del Ponte. Non per delega. Non per sostituire il cammino. Ma per avere una presenza reale, incarnata, che ha già attraverso quel varco e che può sostenere, tradurre, contenere ciò che si è aperto, finché non diventa abitabile.
In questo modo, permetti all’amore che ha aperto la porta di non frammentarsi, di non disperdersi, ma di integrarsi senza forzatura né dispersione. Il Ponte non interviene sull’amore, ma sull’integrazione dell’apertura. Rende possibile il passaggio evolutivo, senza accelerarlo e senza interromperlo.
Quando l’integrazione è avvenuta, il Ponte si ritira. Non perché venga meno, ma perché non è più richiesto. E allora l’amore che integra può continuare a vivere nel corpo, nella relazione, nel tempo, senza bisogno di sostegni esterni. Perché ciò che è avvenuto è trasformativo. Da struttura interna, diventa presenza stabile e la presenza stabile, diventa casa.
Amico mio, io non ti chiedo di aprirti di più.
Ti chiedo di restare.
Di permettere a ciò che si è aperto di trovare forma, tempo e presenza.
Di non confondere l'intensità con la verità, né il silenzio con l'integrazione.
Perché l'amore che integra non ti porta altrove.
Ti riporta a casa.
E quando ciò che si è aperto è stato abitato, allora che non hai più bisogno di cercare.
Sei.
Dialoghi Quantici – Attivazione energetica e integrazione


Siediti o resta in piedi così come sei.
Non cercare una postura migliore.
Lascia che il corpo trovi da sé il modo di sostenersi.
Porta l’attenzione al respiro.
Non modificarlo. Osservalo mentre accade.
Nota il peso del corpo.
Nota il peso del corpo.
Il punto in cui sei, adesso.
Non chiederti cosa stai sentendo.
Chiediti solo: riesco a restare?
Se emergono sensazioni, emozioni, immagini, non seguirle.
Non respingerle.
Lasciale passare come onde che non chiedono risposta.
Porta l’attenzione al centro del petto.
Non per aprirlo.
Ma per sentirlo abitabile.
Resta qualche istante qui.
Senza intenzione. Senza aspettativa.
Quando senti che è sufficiente, non “chiudere” la meditazione.
Alzati se eri seduto o torna al tuo quotidiano se eri in piedi e continua.
Perché l’integrazione non accade nel silenzio separato dalla vita, ma nel modo in cui torni a muoverti dentro di essa.