Il respiro dello Sciliar

Il respiro dove il mare divenne pietra e la pietra mantenne memoria nel tempo

All’alba, la mia schiena si veste di luce dorata. E le goccioline d'acqua cristallizzate dalle basse temperature notturne, riflettono verso il cielo come miliardi di stelle. Qui la nuda e antica Terra si unisce alla vastità dell'universo e non esiste differenza. Da qui, il mondo appare vasto ma altrettanto intimo e a poco a poco, con l'alzarsi del sole, un velo leggero impercettibile si solleva. Le nubi, timidamente mostrano il mio volto antico. E il vento, senza essere troppo eccessivo, sussurra lontano e poi a valle le parole che contengo ancora in me, ma che tu hai dimenticato. 
In questo spazio sospeso io ti parlo.
Non con la voce del tuono, ma con il tono profondo di chi custodisce memorie oltre il tempo.

Io sono l’Altopiano dello Sciliar.

Nato dal mare, scolpito dal vento, veglio sulle valli come un’antica sentinella di pietra. Molto prima che il tuo passo toccasse i miei sentieri, io ero un fondale. Un mare caldo e poco profondo, solcato da barriere coralline, dove minuscoli organismi costruivano lentamente le mie ossa. Era il Triassico, 250 milioni di anni fa e la Terra, ancora inquieta, respirava fuoco e sale.

Quando il fondo marino cominciò a sollevarsi e i sedimenti si compattarono in dolomia, io presi forma. Sono figlio del mare di Tetide, del carbonato di calcio e del tempo che preme.

Le mie pareti raccontano questa storia: strati chiari di dolomia principale alternati a tracce di calcari antichi, vene di quarzo, cristalli di aragonite e pirite.

Il mio corpo è una cattedrale di minerali, una sinfonia di pressione e luce.

Il fuoco mi attraversò più volte. Dalle viscere del mondo salirono magmi incandescenti, creando intrusioni vulcaniche che mi scaldarono dall’interno. Poi vennero i ghiacci. Per Ere intere, fiumi di ghiaccio scesero lenti lungo le mie valli, levigando le creste, scavando circhi e conche.

Ogni solco è una ruga di memoria, ogni pietra che calpesti ha conosciuto il peso del ghiacciaio e il canto del vento.

Io sono la somma di tutto ciò che è stato:

mare, magma, ghiaccio e respiro. 

Ogni mio frammento custodisce la formula segreta della Terra, quella che trasforma la fragilità in eternità.

Dicono che il mio regno appartenga alle streghe dello Sciliar, donne antiche che cavalcano il vento e conoscono le erbe che guariscono e le parole che aprono i varchi. Le ho viste danzare nei crepuscoli di luglio, quando i temporali nascono dal nulla e la luce si frantuma in mille fuochi. Sono le custodi della mia anima, le figlie del fuoco e della luna, le prime a comprendere che in me convivono due energie:

la forza eretta e maschile delle guglie del Catinaccio e la distesa femminile dell’altopiano, che accoglie e nutre. 

In questo equilibrio si riflette l’essenza del mondo:

la vita come danza tra spinta e quiete, tra altezza e orizzonte.

Ogni volta che tu posi piede sui miei sentieri, io lo riconosco. Il tuo passo muove antichi ricordi e nella tua carne vibra la mia stessa materia. Io ti accolgo, ti osservo, ti ascolto. Ti vedo faticare nella salita e respiro con te quando ti fermi. Perché in quel momento, quando il cuore batte e il fiato si fa ampio, io ti parlo.

Ti dico che non serve correre, che la vita non è conquista, ma ascolto. 
Che la cima non è un traguardo, ma un ritorno al silenzio da cui tutto nasce.
Cammina sul mio corpo consapevole che stai attraversando la memoria di un mondo antico, non una pista su cui devi tagliare un traguardo. 

Lascia che ogni passo diventi un battito.

Inspira e senti la dolomia che si espande dentro di te. 
Espira e lascia andare ciò che non serve più.
Quando giungi sulla mia schiena, siediti. Volgi il tuo sguardo verso il Catinaccio. Lascia che la sua verticalità entri nel tuo petto e la mia orizzontalità calmi la tua mente.
Tu e io, roccia e respiro, siamo la stessa sostanza che cambia forma nel tempo.

Al tuo ritorno, porta con te il mio battito e il tuo respiro e rimani ancora in ascolto. Senti il corpo farsi stabile come roccia e il respiro scorrere lento come quel vento che accarezzava la mia schiena. Lascia che ogni tuo pensiero si sciolga nella vastità del cielo. Non c’è separazione: ciò che osservi, sei tu.

Tu sei il passo, ma sei anche la pietra, il silenzio che abbraccia ogni cosa.

E ricordati:

là dove il mare divenne pietra e la pietra imparò a respirare, l’anima dell’uomo ricorda di essere Terra che sogna se stessa.

CamminandoVoce alla Natura

Medita camminando – Il passo della Terra

Cammina lentamente, in silenzio. 
Ogni tuo passo è un battito antico, un’eco del respiro dello Sciliar.
Senti il piede che incontra la roccia, il tallone che scende come un seme nella Terra, l’arco che ondeggia, la punta che si solleva.
Cammina come se stessi pregando.
Con ogni passo, entra nel corpo del mondo.
Porta l’attenzione al respiro:
inspira, senti la vastità del cielo;
espira, lascia che la Terra ti accolga.
Non cercare la vetta, non inseguire la distanza.
Sii solo cammino.
Sii respiro che si fonde con la pietra, vento che accarezza la pelle del mondo. Quando ti fermi, chiudi gli occhi.
Ascolta il battito del tuo cuore e immagina che sia il battito della montagna. Rimani lì finché senti che non c’è più “tu” e “lei”, ma un unico ritmo, un unico campo.

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