Barbara Gattobigio
Ti muovi veloce... in modo sempre più disordinato. Vivi questo tempo come se fosse una minaccia. Non rallenti, ma continui a correre, rincorrere e consumarti. Intanto la vita, quella delle cose che contano davvero, ti passa accanto in silenzio e tu ne perdi i frammenti, uno ad uno, senza nemmeno accorgetene.
I miei antenati hanno iniziato a camminare su questa Terra quasi 60 milioni di anni fa e nella forma del come oggi mi riconosci, esisto da 15 milioni di anni. Il nostro aspetto è rimasto pressoché invariato dalle origini.
Io sono il Riccio.
Appartengo all’ordine degli Eulipotyphla e camminavano già su questa Terra molto prima che i Mammut, i rinoceronti lanosi e le tigri dai denti a sciabola dominassero la Terra. Loro finirono nella ruota dell’estinzione, noi gli sopravvivemmo. Per questo ci chiamano fossili viventi. Abbiamo attraversato milioni di anni di mutamenti conservando forma, stile di vita e saggezza. Siamo considerati un successo evolutivo: teneri all’apparenza, ma forti nella nostra essenza perché la natura, aveva già deciso che in noi era custodito il giusto potere dell’essenza vitale. Non siamo mai stati predatori, ma nemmeno prede rassegnate, piuttosto
custodi del tempo profondo portatori della Terra e della sapienza dei cicli lenti e naturali.
Io vengo da quella stirpe dimenticata, quella che ha fatto della notte una casa, del nascondiglio un altare, del silenzio un linguaggio.
Ed ancora oggi vivo così. Tra le fronde basse, dove l’umiltà si fa strada e la prudenza diviene ascolto. Non cerco il confronto, non bramo il centro della scena né la conquista. Preferisco i margini, dove i cuori attenti, sentono ciò che gli occhi non vedono.
Mi muovo piano ed ogni mio passo è un’alleanza universalmente profonda ed infinita con Madre Terra. Ogni respiro, un patto d’amore con il Cielo.
Quando il pericolo si avvicina, non combatto, mi raccolgo, mi chiudo, mi contengo. Il mio corpo si fa confine dentro cui trovo e riconosco il mio potere, un confine invalicabile. La mia non è paura, ma saggezza. Non è fuga, ma ritorno alla mia essenza, perché
seppur ti potrà apparire strano, non tutto va affrontato con la forza, alcune cose ti attraversano solo custodendone il silenzio.
Così, in quel tempo che vive di ciclicità, ho conosciuto gli inverni freddi, gelidi, insostenibili. Fermandomi, sprofondando nel grembo del sonno profondo, abbracciato a Madre Terra, mentre fuori il mondo continua a vivere io non perdo me stesso, ma rigenero la mia essenza vitale pronto per un prossimo e nuovo inizio.
Porto con me il ciclo, il ritmo sacro della vita che si rinnova senza fretta perché so, che ogni trasformazione, nasce da uno spazio custodito da un tempo, che non chiede nulla.
E tu, nei nostri incontri passati, hai apprezzato e conosciuto la mia lentezza. L’hai amata e poi dimenticata, ora però, hai bisogno di riscoprirla. Per questo sono tornato, per insegnarti a risvegliare il valore della tua interiorità. A ritirarti quando ti senti sopraffatto ed il cuore troppo esposto. A rallentare, a fermarti, ad ascoltarti. Esiste forza nella sensibilità. Non temere il tuo scudo, lui rappresenta il tuo confine. Non temere il tuo buio, è lì che cresce la tua vera luce.
E quando il rumore sarà troppo e tutto ti sembrerà pretendere troppo da te:
fermati, respira profondamente. Una, due, tre volte.
Non serve essere grandi per essere forti. A volte, è nel raccogliersi in sé che si compie il grande atto d'amore verso la vita. E se il mondo, non ti capisce subito, lascia che passi oltre.
Tu custodisci il tuo tempo, come io ho custodito il mio, perché chi sa aspettare in silenzio è già in cammino verso la verità.




